la poesia di Marco Betti :

Gli Amici di' Chianti

 

Adesso vi racconto questa storia
di quattro grullerelli come tanti
e se un m'inganna troppo la memoria
per un bel pezzo la porterò avanti
ve li presento senza troppa boria
si fan chiamare “ Gli Amici di' Chianti “
e son tre giovanotti e una ragazza
li poi rinciabatta' in qualunque piazza.

Non vi sto qui a spiega' la natia razza
chè n'avrò forse un altro giorno il modo
vi narrerò quel che più mi sollazza
e v'assicuro un è 'l solito brodo
si tratta d'un quartetto che scorrazza
che un ha un cinquino pe' comprassi un chiodo
che pe' sbarca' il lunario mazzapicchia
un po' fa romba e un poco canticchia.

C'è Gino che più di tutti bevicchia
che gira barcollando con un falcetto
ha una valigia e se lo incontri nicchia
prima di proferissi a fa' un balletto
ma invece di balla' spesso salticchia
adocchia un omo e se lo tiene stretto
gli piglia la misura da ogni sponda
gli mette in capo una parrucca bionda.

E par che perda poi la tresibonda
e tra la folla che resta ingannata
il dito nella piaga di più affonda
s'inginocchia e gli fa la serenata
'l malcapitato dunque l'asseconda
pe' un fa in mezzo di strada una scenata
ma certo dentro al cuor lui s'addolora
quando si sente battezzar Fedora.

Ma sul più bello arriva la signora
non si sa ben da quai sperdute lande
ma si capisce che l'è lei Fedora
perché a Gino comincia a far domande
si deve di' che l'è una bella mora
che a tutti quanti mostra le mutande
ma un vi fasciate i' capo la un è nova
l'è una gallina che ha fatto mill'ova.

A ragiona' con Gino ci si prova
ma lui da quell'orecchio poco intende
allora lei la rabbia in seno cova
e mille scuse dall'uomo pretende
e gli minaccia di serra' l'alcova
e lui gli fa un'ottava che l'offende
e pe' favvi capi' com l'è Gino
lui la tradisce e lei gli versa i' vino.

Si mettan' poi a parla' d'un uccellino
che un ho capito se sappia volare
e della confusione d'un pretino
che l'era chiuso in chiesa a confessare
son certo questi gli effetti del vino
che quei due sono avvezzi a tracannare
che gli offuscano il capo colla mente
e fanno una scenetta sorprendente.

Ora voi dovreste vede' la gente
che con tranquillità se ne va in giro
rimane esterrefatta certamente
e un pole trattene' un mesto sospiro
ma quel gruppetto assai furbescamente
manda in avanscoperta un certo Miro
che quella gente tutta la conquista
con l'arte sua di fisarmonicista.

Mi sembra un carpentiere cottimista
da come move i diti sopra i tasti
e invece come ogni bravo artista
è costretto a salta' diversi pasti
ma mi par di capi' che un si rattrista
un vole come i ciuchi stare a' basti
si fa basta' dunque poco denaro
pur di non lavora' come un somaro.

Ma non mi sembrerebbe un tipo avaro
chè tanto un ce n'ha uno pe' fa due
ma posso assicura' che è un tipo raro
pare un incrocio fra una volpe e un bue
e d'ogni cosa pare sempre ignaro
come se un fosser mai faccende sue
s'abbassa a sonicchia' qualche canzone
e te la fa passa' pe' professione.

E in mezzo a tutta questa confusione
c'è un certo Cecco che con la chitarra
prova a fa' qualche considerazione
ma gli esce solo una voce bizzarra
parrebbe un omo da meditazione
uno che il giudizio s'accaparra
uno che mette i punti al posto giusto
insomma un omo che vive con gusto.

Di tutti quanti è forse il più robusto
uno che l'è farfalla e non più bruco
che sa cava' la legna da un arbusto
e che da solo si deterge il muco
ma per Miro dimostra un certo gusto
un voglio proprio di' che sia un po' buco
nel capo però ce l'ho un po' l'idea
che te lo mette un tappo alla diarrea.

Un'accozzaglia dunque da galea
parrebban questi quattro avvinazzati
un'unica e sì strana purea
ma che riesce a da' de' risultati
un gruppo che alla fine ci volea
e che tanti paesi ha visitati
e che se tu l'incontri e tu li senti
ti fan passa' la noia e patimenti.

Se siete fino ad ora stati attenti
avrete ben capito che scherzavo
e non mi manderanno gli accidenti
quei soggettacci cui sopra accennavo
ai quali faccio tanti complimenti
anche se in rima poco me la cavo
perché han capito di valer qualcosa
e d'ogni spina fanno una gran rosa.

Ora il poeta tace e si riposa
ché alla fine è giunta questa storia
la palla passa a chi col canto osa
portare tra la gente la memoria
del canto di poesia di quella prosa
e tutti quanti invita a far baldoria
ai quattro succitati i miei rispetti
mi chiamo Marco e di cognome Betti.

 

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